Chiusura natalizia
Le biglietterie di Manifatture Teatrali Milanesi
presso il Teatro Litta e il Teatro Leonardo
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Riapriranno martedì 7 gennaio 2025 nei consueti orari.
Lo staff di Manifatture Teatrali Milanesi
augura buone feste e felice anno nuovo!
Marco Mazzi: annotazioni su “Casino Conolly”, di Mariangela Guatteri
Marco Mazzi: La scrittura come forma di arte concettuale. (Annotazioni su “Casino Conolly”, di Mariangela Guatteri)*
Vorrei affrontare il discorso su Casino Conolly** con la consapevolezza di quello che è successo e sta succedendo nelle arti visive, nell’arte concettuale; ora forse la scrittura è l’unica forma di arte concettuale che sta in piedi. Si parla molto di minimalismo e spesso anche a sproposito, come ad esempio vedo nel mondo del cinema: appena arriva un film che minimalista non è, magari è solo un po’ più asciutto nel budget, o la trama è un po’ più sussurrata… come si parla dell’ultimo film di Wenders, bellissimo film che però minimalista a mio parere non è.
Ascoltando la lettura del tuo testo***, ancor più che leggerlo, mi sembra un lavoro davvero minimale, e non perché dispone poca materia, ma perché non ha niente di troppo; c’è una densità di informazioni che non è offuscata da un impianto e da una retorica invadente, inutile, superflua. Mi rendo conto, ascoltando queste tue letture con inserti di commento, che il tuo lavoro non ha solo quell’aspetto strutturale che, inizialmente, mi aveva catturato di più leggendo sulle pagine. Ora mi rendo conto che, dopo quest’esperienza di ascolto, il libro può essere pensato come esperienza perché è ricco di informazioni culturali, storiche… c’è un’erudizione – mi verrebbe da dire – che però va nella direzione dell’informazione, cioè mi porta ad essere effettivamente informato di cose che di fatto non conosco e, anche per questo, il libro pare avere una funzione quasi manualistica.
Penso al manuale diagnostico, al manuale della clinica, della psichiatria, della medicina; manuale come anima, talvolta anche un po’ discutibile, di una disciplina, dell’applicazione di regole, di protocolli. A me sembra che questa funzione informativa che è propria del manuale, sia stata quasi sublimata in un lavoro di riscrittura concettuale di tutto questo.
Ascoltando la registrazione, che mi è sembrata quasi una performance, avevo proprio l’impressione della reinvenzione di un manuale, cioè come se il libro avesse anche la capacità di reinventare, contestualizzare e contestare quella che è la freddezza, la distanza dei manuali. I manuali ci sono anche in un macello, si portano gli animali al macello e ci sono dei protocolli… il manuale c’è per molte situazioni e ha la funzione di istruire e, spesso, anche perversa, di estraniare. Ho questa sensazione… credo che ci siano tante sfumature in questo libro e vengono fuori dalla lettura registrata. Per mia inclinazione e perché abituato a lavorare con mezzi che non prevedono necessariamente una lettura su pagina, preferisco ascoltare i testi letti ad alta voce perché mi consente di cogliere più sfumature e dettagli.
Questa “giusta causa” minimalista-concettuale, il mio chiamare in causa il minimalismo in modo appropriato, viene da questa attenta meditazione sull’informazione che la rende problematica: cos’è l’informazione? come ci si rapporta a un “materiale umano” attraverso una serie di istruzioni, di griglie, di linee, di perimetri? Mi sembra che la forma, la funzione del manuale sia stata ripensata, attualizzata, rivitalizzata e, soprattutto, politicizzata. È stata contestualizzata nel suo statuto politico, spesso molto problematico.
Oggi abbiamo il diaframma temporale di quello che è successo nei manicomi, abbiamo una distanza, siamo un’altra società; ma credo che quello che una volta era relegato alle mura manicomiali, oggi lo si ritrova in altri settori che noi, forse ingenuamente, consideriamo “settori liberi”; c’è un’omologazione, c’è una volontà di strutturare le relazioni e i comportamenti umani in un modo non tanto lontano da certi protocolli inquietanti della detenzione. Ci ritrovo anche un po’ il discorso di Foucault… tutto questo a me è piaciuto molto e penso che ci siano delle sfumature, nella registrazione, che arricchiscono la lettura.
* Il testo è la trascrizione riadattata di un vocale inviato da Marco Mazzi a Mariangela Guatteri il 6 novembre 2024.
** Mariangela Guatteri, Casino Conolly, edizioni del verri, Milano, 2024. ISBN 9788898514854.
*** Si riferisce al una registrazione realizzata da Mariangela Guatteri per «Sonde poetiche», a cura di Andrea Inglese e Gianluca Codeghini, trasmessa da Radioarte.it il 21/11/2024.
Tre testi di Marilina Ciaco
Marilina Ciaco
Tre testi da Gli anni del disincanto
Primo doppio
ho incontrato troppo tardi le persone per poterle amare
ho incontrato troppo tardi le persone per poterle non amare
arriva un giorno, è tardi
le persone sono arrivate e così se ne vanno
uno dice non me l’aspettavo
l’altro dice c’era da aspettarsi
tempo impiegato per: quello che non sono
altro tempo per: la vita da immaginare
la storia di una vita è una storia delle grammatiche
quelle che impari e quelle di cui non sai liberarti
*
Secondo doppio
come serpenti che si mordono la coda
siamo stanchi per strisciare
disponiamo le ossa in cubi perfetti
al piano interrato della prossima casa
adesso la casa è aperta, in casa non c’è nessuno
diventa chi sei: cannibale o ghiaia
si logora negli anni, s’ischeletrisce
si disfa, s’incista, più spesso ricompone
la maschera diurna che ci rende mansueti
oggi ho visto di nuovo la luce tagliarti in due
non ho più molte cose da dire
questa testa è abitata da un numero imprecisato di mosche
nel sogno eravamo assediati da androidi che ci somigliano
ci stavano di fronte, a ciascuno il suo
qual è il tuo desiderio più grande?
*
Terzo doppio
mi sono svegliata bella come una carcassa
che le mosche ti ronzano intorno ma perché sei morta
se eri viva se ne stavano bene alla larga
delle porte ho sempre apprezzato
il neon verde della scritta: uscita di sicurezza
tra le altre cose da una carcassa
non si genera niente se non si sfascia
mi sveglio bella come un portamonete
come una sagoma di carta
quando hanno visto la terrazza al nono piano
hanno detto soltanto: è molto alto qui
le mosche non sono di questo parere
saranno loro a indicare il posto
sopra o sotto
Un testo di Fabrizio Venerandi
Fabrizio Venerandi
da Blocchi
Io ho una specie di lingua dentro alla testa, non so se c’è sempre stata, ma in questo ultimo periodo è diventata sempre più grossa e umida. Questa lingua parla, continuamente, parla, mi dice le cose che sto pensando e poi inizia a dettarmi le cose che devo scrivere mentre me le detta capisco che quella lingua non sono io.
Quella lingua mi detta le cose che sto pensando e io, che sono una cosa diversa, prendo e trascrivo. È come un muscolo aggiuntivo dentro alla testa con cui convivo e che anche adesso mi sta dicendo cosa scrivere, non ha pudore di parlare di sé.
Non sempre mi detta, a volte parla e basta. Inizia a interpretare le cose che devo dire, si immagina scene di cose che devono succedere e – senza che io me ne renda conto – fa queste rappresentazioni teatrali di miei possibili futuri, popola stanze di personaggi, anche loro parlano con la sua lingua, e io inizio a parlare con la sua lingua.
Le scene si moltiplicano, si ripetono, si aggiustano, vengono perfezionate, crollano sotto il peso della lingua che di queste cose si nutre, più crea materiali con la sua voce, più divora l’attenzione del mio cervello, più ingrassa e crea ancora nuove voci, nuovi discorsi, nuove messinscene.
Io non ho controllo su questa lingua, non so se sia sempre stato così, ma ora mi rendo conto che non posso farla smettere. È sufficiente che io mi distragga per un attimo, che smetta di sorvegliarla, e quella lingua riprende a parlare, a fare uscire – dentro di me – le sue voci. Quando me ne rendo conto ormai è troppo tardi, ho la testa piena di gente che parla, futuri possibili o, più raramente, riscritture grottesche del passato.
Qualche giorno fa ero in moto e mi sono reso conto che stavo guidando ma dentro la mia testa la lingua era frenetica, stava producendo un rumore infernale di possibili parole, di sintassi e allora ho urlato, “volete stare zitte maledette voci!”. Mi sono spaventato, per un attimo la lingua non si è mossa.
È stata un po’ un’epifania, un’agnizione: avevo una lingua nella testa e non ero io. La lingua era rimasta scossa, era dispiaciuta. La lingua, lo so, fa così perché pensa di aiutarmi. Pensa che muoversi nella mia testa, costruire i miei possibili futuri con le mie parole, sia un modo per dominare l’incertezza.
Per darmi sicurezza la mia lingua sta raccontandomi quello che mi deve ancora succedere, in modo che io sia pronto e possa allenarmi, ma la mia lingua sa anche che tutte quelle parole sono solo un racconto, non sono quello che dirò veramente: i sosia delle persone reali che popolano la mia testa e che la lingua fa parlare non sono addomesticabili.
Per questo la lingua torna indietro, immagina percorsi diversi, possibili variazioni e le racconta di nuovo, incessantemente.
Ingrassa giorno dopo giorno, non smette mai di parlare, detta a me che sono una forma sempre più incorporea e muta, sono lì a cercare di vedere cosa mi circonda in quel momento, ad evitare i fantasmi dello storytelling morboso che quell’organo geniale e logorroico continua a secernere come una glassa ammorbante ed incandescente.
La sua voce è ininterrotta e ha una sua coerenza, le sue biforcazioni e le sue allucinazioni seguono una logica malata. Quando mi detta io scrivo e cerco di fare emergere la seconda voce, quello che sono io. La parte del mio corpo che non è più la lingua che tengo nella testa. Seziono quello che la lingua dice. Come se lo mettessi su un tavolo. Alzo il braccio e lo abbasso con forza, stacco.
I pezzi di narrazione si contorcono, sono come feriti, ma affascinati da questa nuova loro forma. Prendo pezzi diversi, li accosto. Tiro fuori cose che non sento. Che non sono successe e che non succederanno. Respiro. Avvicino a questo biascicare della lingua cose che la lingua non ha detto. Infilo dentro cose che hanno una loro vita autonoma. Sono brandelli di letteratura. La luna è un grave che non vedo, ora, sopra la massa delle nuvole.
Mi allontano da me e da quella lingua che vorrebbe continuare a inventare. Non mi chiedo chi sono io, non ci sono mai arrivato. So che lei non sono io. So che posso produrre cose che non sono lei. Chi ti sta raccontando questa frase che hai sotto agli occhi. Il narratore. Il suo muscolo nascosto nella testa che si scalda, si bagna tutto. Che cosa ti sto raccontando.
Tante lingue fanno rumore, nella testa delle persone. Cosa fa lo sciame, ronza. Viene ronzato. Lo sciame si muove, le loro lingue, dentro, si muovono interrottamente. Raccontano il loro ronzare, il loro muoversi, le lingue raccontano la consistenza dei loro muscoli, da dove vengono, chi sono state prima.
Il grande racconto familiare allaccia la generazione precedente a questa, i padri ai figli, le madri ai figli, le femmine tra di loro come una ragnatela che arriva poi fino a noi. Sparizione dell’autore all’interno del racconto, riapparire dell’autore, ecco ora sparisce di nuovo. Millenni di letteratura e lo scrittore non ha trovato niente di meglio che giocare a nascondino.
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Un intervento di Alessandro Broggi
Alessandro Broggi
Un intervento per “Esiste la ricerca?”, Studio Campo Boario, Roma, 16 giu. 2022
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certo, si potrebbero aprire qui vari discorsi, per esempio sul grado di autolegittimazione di un autore all’interno delle pratiche linguistiche e comunicative, autolegittimazione che (per quanto la sua posizione possa risultare studiatamente “pacificata”, per così dire “non più” di “soggetto”, o tale solo a un meta-livello, come per es. all’interno di alcuni giochi linguistici delle c.d. scritture di ricerca) è costitutiva al fatto stesso di emettere un testo. e, anche, discorsi sulla consapevolezza che la stessa scrittura, in quanto ipostatizzazione di forme, sempre e comunque produce ego.
d’altro canto, a mio modo di pensare, occorrerebbe forse vedere se non sia il caso di non relegare più la questione soltanto al recinto del testo, al discorso sulla soggettività-interna-al-e-presente-o-meno-nel-testo, o all’ideazione di strategie e dispositivi verbali non manipolativi, che propongano alternative credibili alla produzione di ego (anche e soprattutto nel lettore) o persino che siano deproduttivi di soggettività, ma piuttosto di ripensarla (la questione) un passo più indietro, preliminarmente e al di fuori del testo: a monte, dove il testo si pensa e si genera, in termini più radicali (o se vogliamo “orientali”), a partire dalla nostra stessa posizione e postura di soggetti-ego agenti (→ verso un’ecologia dei processi verbali e delle idee, un’ecologica ontologica, un’ecologica agentiva, ecc.) nelle nostre vite individuali e sociali.
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Black Friday MTM
Quest’anno per il black friday
MTM offre una promozione imperdibile:
tutti gli spettacoli della stagione a 15 € per 48 ore:
scatenatevi!
La promozione è valida online e al botteghino
dalla mezzanotte di venerdì 29 novembre alle 23,59 di sabato 30 novembre
su tutti gli spettacoli della stagione esclusi quelli della Compagnia Corrado d’Elia
Un inedito di Luciano Neri
Luciano Neri
La sua vita dispendiosa di quello che è mancato
La sua vita dispendiosa fin da bambino non è solo restituire dei beni confiscati allo stato, in orizzontale non solo la morte che viene del giovane tedesco è distinta dopo che consegna il paese dei fascisti allo sbarco degli anglo-americani, a margine contrassegnato tutto solo, non è l’unico indagato in un angolo non è solo quello che è mancato, non è solo nel traffico che non si è risparmiato a livello internazionale di armi, a livello mediorientale non c’è solo l’iscrizione con la tessera numero X a…, a livello di Vallettopoli, solo l’ambito dei fatti è dell’inchiesta che la storia si è messa ancora di mezzo, a livello di accuse non solo l’infondatezza di una lunghissima battaglia è legale, a livello di associazionismo non c’è solo l’azione finalizzata alla corruzione, a livello di sfruttamento della prostituzione in verticale non c’è solo il falso a delinquere nell’ambito di un’indagine legata al casinò, dopo una lunga vicenda giudiziaria, dopo una lunga assoluzione che viene è un’intervista in esclusiva rilasciata a un settimanale scandalistico, dopo l’ottenimento di un grosso risarcimento è la partecipazione del nipote, a margine dell’omonimo di quello, in verticale alla Notte delle stelle, non è solo l’azione finalizzata all’associazionismo di Vallettopoli, dopo una lunga conversazione privata è con gli avi, dopo i beni confiscati dallo stato, dopo la consegna del fascismo non c’è solo il paese dopo il referendum, dopo i giorni trascorsi in una cella è da innocente dopo l’indagine processuale del lunghissimo dibattimento, dopo la famiglia ritratta del giovane tedesco è durante il processo, la figura controversa è in basso nel dipinto con gli avi, tutto solo non è ancora quello che è mancato, in orizzontale il ritorno c’è a quel paese di mezzo che viene, dopo il ritorno è dell’omonimo quello del dipinto che lo ritrae alla reggia di Venaria, dopo il ritorno a quel bambino innocente, a margine dopo il ritorno giudiziario della estenuante battaglia legale, dopo a quel suo proscioglimento di quella associazione finalizzata che è morto, in orizzontale di quella cordata che adesso lo circonda al centro c’è in mezzo alla salma, degli avi presenti e dei progenitori è quello che è mancato dopo alle esequie.
Non ballo da sola al Teatro Litta
In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, CUBO e il Gruppo Unipol presentano Non ballo da sola, la rassegna volta a sensibilizzare il pubblico sul tema della violenza di genere.
La rassegna, giunta alla sesta edizione, propone due eventi al Teatro Litta.
sabato 23 novembre ore 21
Maschi del futuro
Monologo di e con Francesca Cavallo
L’attrice indaga sul modo in cui il patriarcato danneggia le donne, sull’impatto negativo che ha sull’occupazione femminile, sulla violenza domestica, sui diritti. Ma quali sono gli effetti del patriarcato sugli uomini? Con un’analisi serrata e commovente che tiene insieme il padre di Biancaneve, 007, Batman e don Giovanni, Francesca Cavallo traccia un terreno di incontro possibile tra le istanze femministe e la rivoluzione di cui gli uomini hanno bisogno.
Ingresso libero con prenotazione
domenica 24 novembre ore 18
Il popolo delle donne
Proiezione e dibattito con Yuri Ancarani e Marina Valcarenghi
Il film evidenzia per la prima volta il rapporto tra la crescente affermazione sociale delle donne e l’aumento della violenza maschile, fenomeni che nel corso della proiezione vengono descritti come direttamente proporzionali e che nel successivo dibattito saranno approfonditi attraverso il racconto del regista e della protagonista.
Ingresso libero con prenotazione
Il sogno di un drago
Una performance a cura di Antonio Syxty in Triennale
10 novembre 2024 ore 18
Ingresso gratuito su registrazione: https://triennale.org/eventi/sogno-drago-antonio-syxty
Durata 40′
In occasione dell’ultimo giorno di apertura della mostra Alessandro Mendini. Io sono un drago, la Triennale presenta – insieme a Fondation Cartier pour l’art contemporain – una performance di Antonio Syxty.
Il progetto nasce da tre spettacoli del 2018 che l’artista aveva realizzato con Alessandro Mendini: Architettura Addio – To You 1, To You 2 e To You 3, in cui erano messi in scena il pensiero, l’utopia e la filosofia di vita e di lavoro dell’architetto, designer, artista e teorico che ha segnato le rivoluzioni del pensiero e del costume del Novecento e del nuovo millennio.
La performance affronta i temi dell’infanzia e dello scorrere del tempo, che vengono rielaborati da Syxty in una dimensione onirica da cui emerge un altro tema caro a entrambi gli autori: l’utopia, che per Sixty risiede nella possibilità di continuare il sogno anche nella vita reale.
produzione Triennale Milano e Fondation Cartier pour l’art contemporain
con Manifatture Teatrali Milanesi e MTM – Accademia Litta
ideazione Antonio Syxty
movimento e cura dei performer Lara Vai con la collaborazione di Micol Balaban, Erika Bianchessi, Marco Antonio Rigamonti
Apparizioni:
Il custode del sogno: Valentino Canclini
I bambini: Tancredi Aliberti, Aurora Amendola, Ada Cornicchia, Alice Facchini, Allegra Fassati, Marina De Luca, Delfina Ferri, Dafne Gelsi, Marika Ivanitska, Martina Licini, Bianca Papini, Maria Rota, Andrea Tartaull, Alice Testi, Vittoria Todeschini, Padma Tomassoli, Nicholas Torreblanca, Stefano Valdman
Traccia sonora: Le voci dei bambini sono di Aurora Amendola, Sofia Barri, Sofia Bocchiola, Mafalda Borgonovo, Lucrezia Casati, Marta Di Giovanni, Dafne Gelsi, Lisa Lazza, Celeste Muselli, Maria Pierini Garcia, Sarah Saletta, Alice Testi, Vittoria Todeschini, Giorgio Valdman, Stefano Valdman
organizzazione generale Antonella Ferrari
direzione tecnica Fulvio Melli











